Lo Schwimmwagen appartiene a quella ristretta categoria di veicoli che sembrano usciti da un’idea tanto folle quanto geniale. Guardandolo oggi, con la sua linea tozza, le ruote sporgenti e quell’aria da barca a cui hanno montato quattro pneumatici quasi per scherzo, è difficile decidere se definirlo un capolavoro di ingegneria militare o il risultato di una scommessa vinta contro il buon senso. Eppure funzionava. Funzionava davvero.
Il suo nome completo era Volkswagen Tipo 166 Schwimmwagen. In tedesco significa semplicemente “auto galleggiante”. Nessuna ricerca poetica, nessun marketing aggressivo: i progettisti tedeschi dell’epoca preferivano la concretezza alle suggestioni. Del resto, quando un mezzo deve attraversare un fiume senza affondare mentre attorno infuria una guerra, la fantasia passa inevitabilmente in secondo piano.
La storia dello Schwimmwagen nasce durante la Seconda guerra mondiale, quando la Wehrmacht aveva bisogno di un mezzo leggero, compatto e capace di muoversi praticamente ovunque. Le campagne militari sul fronte orientale avevano dimostrato quanto il terreno potesse diventare un nemico tanto pericoloso quanto gli eserciti avversari: fango, neve, strade inesistenti, paludi e corsi d’acqua trasformavano ogni spostamento in un problema logistico enorme.
Ferdinand Porsche e il suo team partirono dalla base del Kübelwagen, il leggero veicolo militare derivato dalla meccanica del Maggiolino Volkswagen. Il primo prototipo anfibio, denominato Tipo 128, apparve nel 1940, ma mostrò presto alcuni limiti strutturali: era troppo grande, troppo pesante e tendeva a soffrire nell’impiego fuoristrada poiché tendeva a piegarsi a causa della lunghezza. In sostanza, faceva fatica proprio nel lavoro per cui era stato progettato. La soluzione arrivò poco dopo con il Tipo 166, più compatto, leggero e decisamente più efficace.
Dal punto di vista tecnico, lo Schwimmwagen era un piccolo concentrato di razionalità meccanica. La carrozzeria era una vera scocca stagna in acciaio, concepita per garantire galleggiabilità senza l’aggiunta di galleggianti esterni. Non c’erano portiere, e non per ragioni estetiche: introdurre aperture laterali su un mezzo anfibio sarebbe stata una scelta quantomeno discutibile. Per salire a bordo bisognava letteralmente scavalcare la fiancata, con un’eleganza che ricordava più un contadino intento a oltrepassare una recinzione che un ufficiale militare.
Dietro il veicolo trovava posto una delle sue soluzioni più caratteristiche: un’elica retraibile abbassabile manualmente prima dell’ingresso in acqua. Nessun sistema sofisticato, nessuna automazione, il conducente si fermava, azionava il meccanismo e sperava che il fiume non avesse programmi diversi dai suoi. Una semplicità quasi brutale, ma incredibilmente efficace e il movimento era dato direttamente da un innesto dell’albero motore.
Il motore era il celebre boxer Volkswagen a quattro cilindri raffreddato ad aria da 1.131 cc, capace di erogare circa 25 cavalli. Oggi una citycar di piccola cilindrata produce tranquillamente il triplo della potenza, ma negli anni Quaranta quel motore aveva il grande pregio di essere affidabile, semplice da riparare e resistente alle condizioni più estreme. Lo Schwimmwagen raggiungeva circa 80 km/h su strada e poco meno di 10 km/h in acqua. Non esattamente una motoscafo da competizione, ma sufficiente per attraversare un fiume senza dover costruire un ponte sotto il fuoco nemico.
La trasmissione integrale inseribile rappresentava uno degli aspetti più avanzati del progetto. Associata a differenziali autobloccanti e a un peso contenuto, permetteva al piccolo Tipo 166 di affrontare terreni che spesso mettevano in difficoltà mezzi ben più grandi. Sul fronte orientale, dove il fango russo sembrava avere una volontà propria, lo Schwimmwagen si dimostrò sorprendentemente efficace. Ferry Porsche ricordò che il mezzo riusciva spesso a seguire i carri armati in situazioni considerate proibitive per altri veicoli leggeri.
Tra il 1942 e il 1944 furono costruiti 14.283 esemplari, un numero enorme per un mezzo così specialistico. Si tratta del veicolo anfibio leggero più prodotto della storia della Seconda Guerra Mondiale. Venne utilizzato soprattutto per ricognizione, collegamenti rapidi e trasporto leggero, trovando impiego praticamente su tutti i fronti europei.
Naturalmente non era privo di difetti. In acqua la velocità era limitata, le onde troppo alte potevano creare problemi seri e l’abitacolo offriva un comfort praticamente inesistente. D’altronde, il concetto di comfort a bordo di uno Schwimmwagen era probabilmente riassumibile nella soddisfazione di essere arrivati vivi dall’altra parte del fiume.
Ed è forse proprio questo a renderlo ancora oggi così affascinante. Lo Schwimmwagen non possedeva l’imponenza dei carri armati né il prestigio simbolico degli aerei da caccia. Era un mezzo pragmatico, nato per risolvere problemi concreti nel modo più diretto possibile. Ogni sua soluzione tecnica rispondeva a un’esigenza precisa, senza concessioni superflue.
Dopo la guerra alcuni esemplari furono recuperati e adattati a usi civili in un’Europa devastata dalla guerra, nonostante fosse un’auto piuttosto delicata e i ricambi fossero molto difficili da reperire. Con il passare dei decenni, però, lo Schwimmwagen è diventato soprattutto un oggetto di culto per collezionisti e appassionati di storia automobilistica. Gli esemplari superstiti sono oggi rarissimi e il loro restauro richiede competenze quasi archeologiche.
Osservandolo con gli occhi di oggi, il Volkswagen Tipo 166 appare come una straordinaria sintesi di ingegneria e pragmatismo. Un mezzo nato in uno dei periodi più drammatici del Novecento, capace però di lasciare un’eredità tecnica che ancora sorprende. Perché dietro quell’aspetto quasi caricaturale si nascondeva un’idea semplicissima e rivoluzionaria allo stesso tempo: se una strada non esiste, allora tanto vale attraversare il fiume.
Dei circa 14.000 Schwimmwagen costruiti tra il 1941 e il 1944, oggi si ha notizia certa di appena 400 esemplari sopravvissuti e censiti nel mondo. Di questi, una cinquantina si trovano in Italia. Numeri che raccontano bene quanto questo piccolo anfibio tedesco sia diventato raro, quasi leggendario. Possederne uno perfettamente restaurato significa affrontare spese importanti oppure, in alternativa, possedere qualità molto particolari: essere un po’ archeologo, avere la pazienza di Giobbe e l’indole metodica di un monaco certosino.
Ranieri, il proprietario dello Schwimmwagen che potete ammirare nelle fotografie, è esattamente questo tipo di persona.
Quando inizia a raccontare la storia della sua vettura, non sta semplicemente parlando di un restauro. Vi trascina dentro un viaggio fatto di ricerca, intuizioni, errori, ostinazione e passione. Dopo pochi minuti ci si ritrova a vivere assieme a lui ogni scoperta, ogni pezzo recuperato, ogni difficoltà superata. E capisci subito che restaurare uno Schwimmwagen non significa riparare un vecchio veicolo: significa riportare in vita un frammento di storia. Ranieri cercava uno Schwimmwagen da molti anni. Poi, nel 2019, arriva l’occasione: entra in possesso di alcuni componenti provenienti da diversi esemplari. A quel punto inizia un lavoro che definire complesso è riduttivo. Un pezzo viene recuperato, un altro ricostruito, uno sistemato, uno rifatto da zero. Nel frattempo bisogna continuare a cercare componenti mancanti, dettagli introvabili, soluzioni tecniche dimenticate da decenni. Con pazienza quasi ossessiva, quello che inizialmente sembrava poco più di un insieme di rottami sparsi torna lentamente a prendere forma. È così che un altro dei “fratelli anfibi” riesce a risorgere.
Le difficoltà non mancano. La lamiera dello Schwimmwagen è sottilissima e delicata da lavorare; alcuni aneddoti raccontano addirittura che determinati pannelli venissero stampati utilizzando stampi in legno, una soluzione che oggi appare quasi incredibile. Inoltre, reperire ricambi originali è estremamente complicato. Dopo la guerra molti esemplari superstiti furono utilizzati ancora per qualche anno, soprattutto in contesti agricoli o civili, ma col tempo vennero considerati mezzi inutili, smantellati senza troppi complimenti oppure semplicemente abbandonati alla ruggine.
Questo esemplare, però, conserva ancora la sua targhetta identificativa originale. Ed è qui che entra in scena anche un curioso dettaglio quasi romantico: Volkswagen, dietro pagamento di un piccolo contributo economico, è ancora in grado di fornire i dati di produzione del veicolo. Una sorta di certificato di nascita industriale. Quello dello Schwimmwagen di Ranieri riporta una data precisa: 31 dicembre 1943. Mentre il mondo era immerso nel caos della guerra, qualcuno, in uno stabilimento tedesco, completava la costruzione di questo piccolo anfibio destinato ad attraversare ottant’anni di storia.
Poi arrivano le prove in acqua. Dopo mesi — anzi, anni — di lavoro, sudore, tagli alle mani e inevitabili cerotti, lo Schwimmwagen torna finalmente a fare ciò per cui era stato progettato: galleggiare.
Ed è qui che l’esperienza diventa qualcosa di difficilmente spiegabile.
La linea di galleggiamento si trova praticamente all’altezza dei gomiti. Basta un’onda appena più alta delle altre per vedere entrare acqua nell’abitacolo e iniziare a valutare con sincera attenzione l’ipotesi di trasformarsi in un piccolo sommergibile involontario. I “timoni”, poi, sono semplicemente le ruote anteriori. Nessuna sofisticazione nautica: si sterza come su strada e si spera che anche il lago o il mare siano d’accordo. Eppure funziona.
Ed è proprio questo il bello dello Schwimmwagen: trasmette quella stessa sensazione di fragile coraggio che probabilmente accompagnava i pionieri dell’aviazione. Sai perfettamente che tutto appare assurdo, improbabile, quasi precario… ma continua comunque ad andare avanti.
Per descriverlo, Ranieri usa un paragone perfetto: quello del calabrone. Secondo una celebre leggenda, il calabrone non sarebbe aerodinamicamente progettato per volare, ma lui questo non lo sa e vola lo stesso. “Lo Schwimmwagen è uguale,” racconta sorridendo. “In acqua va male, su strada forse peggio… però lui non ha studiato fisica e quindi continua ad andarci comunque.”

Per le immagini all’interno dell’articolo si ringrazia Rusty Pelican. Per la foto di copertina si ringrazia Monia Boscolo. Immagini scattate durante l’evento Boston By Way – edizione 2026.
