A prima vista, l’Opel Blitz 2,5-32 sembra il genere di camion che nel 1938 avrebbe potuto trascorrere una vita rispettabilissima fra casse, attrezzi e consegne. Un camion come tanti altri ma poi si apre il cofano e arriva la sorpresa: sei cilindri in linea, 2.473 cm³ e 55 CV. Per un autocarro da 1,5 tonnellate era una dotazione capace di regalargli un certo brio.
La produzione del 2,5-32 iniziò nel 1938. Il motore era un sei cilindri a benzina raffreddato a liquido, abbinato a un cambio manuale a quattro rapporti e alla trazione posteriore. La velocità massima si collocava attorno agli 80 km/h. Oggi sembrano dati ridicoli ma nel 1938, su un camion con pneumatici stretti, sospensioni a balestre e una cabina piena di vibrazioni e rumori meccanici, gli 80 km/h potevano assumere un significato quasi filosofico. A quella velocità il conducente imparava rapidamente a distinguere il rumore del motore da quello delle proprie preoccupazioni.
Il sei cilindri rappresentava uno degli aspetti più interessanti del Blitz. Opel lo utilizzava anche sulle proprie automobili, fra cui la Super 6 e la nuova Kapitän. Portarlo sotto il cofano di un autocarro significava quindi affidare a un veicolo da lavoro un motore con una certa familiarità con le automobili di classe. Il risultato era un camion dall’indole sorprendentemente vivace, soprattutto considerando la sua vocazione commerciale.
Anche il nome, Blitz, cioè “fulmine”, acquistava così una certa credibilità. Per una volta il reparto marketing aveva mantenuto una relazione ragionevole con la realtà.
Il piccolo Blitz arrivava inoltre in un momento decisivo per Opel. La casa di Rüsselsheim aveva ormai trasformato il camion in un prodotto industriale moderno e il successo della gamma aveva portato alla costruzione di un grande stabilimento specializzato a Brandenburg an der Havel. La prima pietra fu posata il 7 aprile 1935 e l’impianto venne progettato per una produzione in grande serie. L’area occupava circa 850.000 metri quadrati: una superficie sufficiente per far sembrare il cortile di casa decisamente inadeguato alla produzione di camion.
Brandenburg divenne il cuore della produzione dei Blitz pesanti e medi, mentre il 2,5-32 venne costruito a Rüsselsheim. Le fonti storiche indicano circa 16.410 esemplari prodotti fra il 1938 e il 1942, un risultato significativo per un modello destinato alla fascia da 1,5 tonnellate.
Poi arrivò il 1939 e il mondo cambiò mestiere.
Il Blitz era nato per trasportare merci, ma la guerra trasformò rapidamente il camion in una pedina della logistica militare. Il 2,5-32 venne utilizzato dalla Wehrmacht in numerosi impieghi e poteva ricevere allestimenti differenti: cassone, furgonato, trasporto di personale, officina mobile, ambulanza e altri equipaggiamenti speciali. In guerra, un camion raramente conserva un unico mestiere per tutta la vita. Se ha quattro ruote, un motore affidabile e spazio sufficiente dietro la cabina, qualcuno troverà certamente qualcosa da fargli trasportare.
Il Blitz entrò così nella gigantesca macchina logistica tedesca. Le colonne di autocarri erano fondamentali per rifornire le unità combattenti, trasportare carburante, munizioni, viveri, ricambi e personale. La guerra moderna dipendeva dalla logistica con una precisione quasi burocratica: un esercito poteva avere uomini, carri armati e artiglieria, ma senza benzina e rifornimenti diventava rapidamente un esercito con molte opinioni e poche possibilità di movimento.
Il Blitz contribuiva proprio a questo lavoro invisibile.
Durante la campagna di Francia del 1940, nella guerra sul fronte orientale dal 1941 e nelle successive operazioni, gli autocarri divennero protagonisti quotidiani della mobilità militare. Il Blitz apparteneva alla categoria dei veicoli più leggeri, mentre il celebre Blitz da 3 tonnellate rappresentava il principale autocarro Opel della Wehrmacht. La parentela fra le varie versioni rendeva il nome Blitz una presenza familiare negli enormi parchi veicoli tedeschi.
Il Blitz 2,5-32 era un veicolo a trazione posteriore e apparteneva a una categoria pensata soprattutto per la viabilità ordinaria. Fango, neve, ghiaccio e terreni devastati mettevano alla prova qualsiasi autocarro convenzionale. Per questo, nella storia della Wehrmacht, acquisirono particolare importanza anche le versioni a trazione integrale dei Blitz più pesanti e, soprattutto, i celebri Maultier, autocarri trasformati con un sistema cingolato posteriore per aumentare la mobilità sul terreno difficile. Erano macchine dall’aspetto talmente curioso da sembrare progettate durante una discussione particolarmente lunga e probabilmente rumorosa in un’officina.
Il 2,5-32 rimase invece una macchina più semplice e compatta, preziosa proprio per la sua versatilità. La sua dimensione lo rendeva adatto a compiti nei quali un autocarro pesante avrebbe rappresentato un lusso inutile. In una guerra combattuta su distanze enormi, ogni veicolo aveva un valore direttamente proporzionale alla capacità di continuare a muoversi.
La produzione del modello terminò nel 1942, mentre la guerra impose una crescente concentrazione delle risorse industriali sui veicoli considerati prioritari. La storia del Blitz, però, aveva ancora davanti un capitolo sorprendente.
Nel dopoguerra, la Germania era un paesaggio di fabbriche danneggiate, strade interrotte e città da ricostruire. Rüsselsheim stessa aveva subito pesanti distruzioni. Eppure, il 15 luglio 1946, Opel tornò alla produzione proprio con un Blitz.
La scelta possiede qualcosa di quasi cinematografico. Una fabbrica che ricomincia la propria attività con un’automobile avrebbe raccontato una storia di normalità. Ripartire con un camion raccontava invece una storia di necessità.
Servivano materiali da costruzione, legname, viveri, attrezzi, pezzi di ricambio. Serviva tutto ciò che permette a un Paese di rimettere insieme i propri pezzi. Il primo Blitz prodotto nel dopoguerra fu acquistato da un imprenditore di Wiesbaden per 6.600 marchi. Alla cerimonia di riavvio della produzione partecipò il generale americano Geoffrey Keyes, che tagliò simbolicamente un nastro giallo.
Nel 1946 uscirono dalla fabbrica 839 Blitz. La produzione della versione postbellica proseguì fino al 1951, raggiungendo 37.117 esemplari. Il camion che aveva attraversato la guerra entrava così in un’altra epoca, con un compito molto meno drammatico e forse ancora più importante: aiutare la Germania a rimettersi in movimento.
È questo passaggio a rendere il Blitz 2,5-32 particolarmente affascinante. La sua storia comprende l’industria automobilistica degli anni Trenta, la motorizzazione militare, la logistica della Seconda guerra mondiale e la ricostruzione europea. Tutto dentro un veicolo che, alla fine, conserva una semplicità quasi disarmante.
Lungo cofano, grande calandra, parafanghi separati, ruote posteriori gemellate e un abitacolo nel quale il conducente aveva una relazione molto più diretta con la meccanica. Ogni comando aveva un peso, ogni rumore raccontava qualcosa, ogni avviamento era una piccola cerimonia.
E quando oggi compare un esemplare del 1938, ancora integro, quella faccia austera comincia lentamente a cambiare espressione.
Giro di chiave, un borbottio dal cofano, qualche vibrazione che attraversa il telaio e il vecchio Blitz sembra quasi prepararsi a una nuova giornata.
Dopo tutti questi anni conserva ancora una certa sicurezza di sé. Del resto, ha già attraversato una guerra: una strada di campagna gli sembrerà probabilmente una vacanza.
Il suo nome prometteva un fulmine, le sue gesta contribuirono a creare una leggenda. E il resto, come spesso accade con le macchine davvero riuscite, lo racconta ancora oggi il rumore del motore quando qualcuno gira la chiave e dice, con assoluta naturalezza: «Andiamo?».
Davanti a noi possiamo ammirare uno dei più di 16.000 Blitz 2,5-32 prodotti, magnificamente conservato e ancora oggi portato con orgoglio ai raduni dal suo proprietario, Alfonso. Ed è proprio qui che la storia del camion smette di appartenere soltanto agli archivi e comincia a diventare una storia personale.
Alfonso racconta di aver trovato il Blitz quasi per caso, durante una delle tante esplorazioni sui siti dedicati ai veicoli storici. Non era partito con l’idea precisa di acquistare proprio quel modello. Poi lo vide. Quelle fotografie bastarono a far scattare qualcosa che, nel mondo dei collezionisti, conosciamo bene: il ragionamento lascia rapidamente spazio all’entusiasmo.
Pochi giorni dopo era in Germania.
Il viaggio servì a riportare a casa un camion, certo, ma anche a cominciare un’amicizia. Il proprietario tedesco del Blitz si rivelò infatti un appassionato collezionista, con quella rara disponibilità che spesso si incontra fra persone accomunate dalla stessa mania per le vecchie macchine. Si parlarono, si confrontarono storie, fotografie, ricambi e progetti. E, come accade nelle migliori avventure automobilistiche, la faccenda non finì con il passaggio di proprietà.
Qualche tempo dopo, quella nuova amicizia avrebbe avuto un seguito sorprendente. Il collezionista tedesco aiutò Alfonso nel recupero di un altro veicolo, sempre di origine tedesca, molto importante e decisamente più raro. Una di quelle storie che iniziano con un annuncio trovato quasi per caso e finiscono con un camion su un rimorchio, chilometri di strada davanti e qualcuno che, probabilmente, a casa propria sta ancora pensando che sarebbe stato più semplice collezionare francobolli.
E forse è proprio questo il privilegio dei raduni: riportare per qualche ora questi mezzi nel loro elemento naturale. Il Blitz non è più una fotografia d’archivio, una riga in un catalogo o un numero in una statistica industriale. È lì, davanti agli occhi, con la vernice, l’odore della meccanica, il metallo, le ruote e quel sei cilindri che ricorda a tutti che nel 1938 qualcuno aveva avuto la brillante idea di mettere un motore del genere sotto il cofano di un camion relativamente compatto.
Alfonso lo porta ai raduni con orgoglio, e si capisce perché.
Ogni veicolo storico conservato racconta una parte della propria epoca. Ma quelli che continuano a viaggiare aggiungono un capitolo personale: quello di chi li ha cercati, recuperati, restaurati e poi ha deciso di farli tornare sulla strada invece di lasciarli semplicemente immobili in un museo privato.
Il Blitz di Alfonso appartiene a questa categoria.
Ha iniziato la propria carriera in un’Europa completamente diversa, ha attraversato gli anni più drammatici del Novecento, è sopravvissuto abbastanza a lungo da diventare un pezzo di storia e, alla fine, è riuscito persino a far incontrare due collezionisti separati da una frontiera.
Che è una bella carriera per un camion.
Alfonso gira la chiave.
Il sei cilindri borbotta.
Il camion si scuote.
«Andiamo?»
A giudicare dalla faccia del Blitz, era proprio quello che stava aspettando.
Tutte le mmagini a cura di Rusty Pelican.
